Nepi

Nepi

Nepi è un comune italiano di 9 687 abitanti in provincia di Viterbo, distante circa 40 km dal capoluogo.


Geografia fisica
Benché il paesaggio dell'Agro Falisco appaia in lontananza come un'unica e piatta vallata, mossa solo da modeste collinette, l'immagine di questo territorio muta completamente non appena si decide di addentrarcisi, anche solo transitando sulle strade principali che lo attraversano. Profonde gole e burroni si aprono come squarci nel terreno. Luoghi suggestivi e spesso ancora selvaggi, caratterizzano fortemente il paesaggio di questi luoghi.

Le “Forre”, che rappresentano l'elemento geomorfologico caratteristico del territorio, sono delle larghe valli delimitate da pareti sub-verticali scavate dalla millenaria azione erosiva dei torrenti sul substrato vulcanico,depositatosi a seguito delle attività eruttive dei due complessi vulcanici, Vicano in misura maggiore, e Sabatino, datate tra 600.000 e circa 20.000 anni fa. Il protrarsi dell'erosione da parte dei due corsi d'acqua confluenti facenti parte de bacino del fiume Treja, Rio Falisco a nord e Rio Puzzolo a sud, ha isolato uno sperone tufaceo di forma triangolare, delimitato da pareti sub-verticali, dove é edificato il centro storico del paese. L'adattamento dell'uomo a questa morfologia, è la matrice degli sviluppi architettonici e soprattutto urbanistici di ogni insediamento nell'area. I "Cavoni", caratteristiche vie tagliate di epoca pre-romana, sono vie di comunicazione che univano le Forre coi pianori tufacei, costituiti da fenditure continue operate dall'uomo nella roccia vulcanica delimitate da pareti verticali, come i sentieri naturalistici che percorrono le stesse Forre, sono un'attrazione di particolare fascino.

In questo contesto si inserisce l'abitato di Nepi, città sorta in epoche antichissime. La morfologia stessa del territorio, ha facilitato moltissimo l'insediamento umano, avendo creato dei luoghi già di per sé difesi naturalmente e difficilmente accessibili. Inoltre la consistenza del tufo locale, ha favorito sin dalle epoche più remote la creazione di insediamenti rupestri e di necropoli.

Queste valli furono abitate sin dalla più remota preistoria. Numerosi sono stati infatti i ritrovamenti archeologici di utensili in pietra scheggiata e frammenti di vasi con segni di cottura. Questi insediamenti rupestri furono abitati quindi per lungo tempo, dal neolitico all'inizio dell'età del ferro.

L'inaccessibilità dei luoghi ha garantito in molti casi, la proliferazione di numerose specie animali, altrove oramai scomparse: Le donnole, le faine, i ghiri, numerossissimi istrici, tassi,i rarissimi gamberi di fiume, volpi, le testuggini e molte specie di serpenti e vipere. Tra i volatili, gli allocchi, la beccaccia, l'upupa, i barbagianni, falchi e gli aironi.

Storia

Etimologia del nome
Nepi: l'antica Nepet o Nepete, deriverebbe il suo nome dalla parola etrusca Nepa, ovvero acqua. Quindi Nepi, città delle acque, tanto da portarne i segni di questo ancestrale legame nel nome stesso. La leggenda della sua fondazione ci parla di un particolare serpente acquatico, adorato da questi antichi popoli come divinità, il quale uscì allo scoperto mentre il mitico fondatore Termo Larte era intento a tracciare il solco del pomerio del nuovo insediamento. Questo venne interpretato come simbolo di buon auspicio e la città venne consacrata alla divinità che aveva voluto manifestarsi proprio durante il sacro atto della fondazione. Un'altra interpretazione del nome vorrebbe collegarlo con una divinità mediorientale che aveva fattezze di scorpione, mettendo in relazione questo animale con la forma che i torrenti formano intorno allo sperone su cui sorge la città. Ancora un animale legato all'acqua. Serpenti, scorpioni; in ogni caso il rapporto fortissimo che da sempre Nepi ha avuto con l'acqua è evidente. La quantità di torrenti e fonti, d'acque ferruginose, solforose e minerali, di solfatare, ancora oggi palesa la caratteristica di questo territorio.

Fondazione
Nepi fu fondata secondo la leggenda, dal mitico Termo Larte 458 anni prima di Roma. Numerosi sono stati però i ritrovamenti archeologici nel vasto territorio, testimonianti una frequentazione di queste zone durante epoche ben più antiche. Città falisca, era però fortemente influenzata dalla cultura etrusca e latina.

Epoca romana
La prima notizia documentata è quella riportata da T. Livio, in cui si evince che nel 383 a.C. Nepi è alleata con Roma. L'epoca è quella in cui la nascente potenza romana sta via via conquistando le zone di influenza etrusca e falisca. Nepi e Sutri sono definite proprio da T. Livio «Claustra Etruriae» e «Antemuralis Etruriae» proprio per l'importanza strategica di questi due antichi insediamenti. Il periodo romano la vede diventare "municipium", città ricca e potente. Numerosi i resti archeologici a noi pervenuti di quel periodo. Le ville patrizie disseminate nel territorio, l'anfiteatro, le cosiddette "Terme dei Gracchi", mausolei lungo la via Amerina, cippi, statue e molteplici lapidi.

Durante la seconda guerra punica insieme ad altre undici colonie latine, rifiuta il suo supporto a Roma, ma come narratoci sempre da T. Livio, la conseguenza a questa decisione fu quella di pagare in doppia misura.

Medioevo
Sede vescovile già nel IV secolo, come riportato nelle sottoscrizioni ai vari Concilii romani. Saccheggiata più volte durante le invasioni barbariche, conobbe proprio nell'alto Medioevo un periodo di notevole splendore per il fatto di essere attraversata dalla via Amerina, unica arteria a congiungere durante le guerre greco-gotiche Roma a Ravenna. Riprova della sua importanza fu l'invio del nutrito esercito guidato dal duca Leonzio a difesa della città, da parte del pontefice S. Gregorio Magno.

Durante l'VIII secolo, Totone, nobile nepesino di stirpe longobarda, ricordato dalla storia quale Duca di Nepi, discese su Roma forte di un esercito, col quale assoggettò la città eterna divenendone Duca e interferendo nel conclave del 768, fece nomimare papa suo fratello, che salì al soglio pontificio col nome di Costantino II. L'anno successivo il suo potere ebbe fine per mano dell'opposta fazione che uccise Totone e destituì suo fratello, che accecato finì i suoi giorni rinchiuso in un monastero.

Nel 915 i Nepesini sconfiggono in uno scontro decisivo i saraceni.

Nel 1002 moriva a Castel Paterno (all'epoca ricadente nel territorio Nepesino) Ottone III di Sassonia, restauratore del Sacro Romano impero, mentre cercava rifugio dall'incalzante opposizione delle nobili famiglie romane.

Nepi si costituì Libero Comune nel 1131, come testimoniato dalla lapide del primo patto comunale, conservata nel portico della Cattedrale. Nella lotta tra pontefice ed imperatore, Nepi fu di parte imperiale durante i regni di Alessandro II, Nicola II, Gregorio VII e Innocenzo II; caduta in mano ai papisti nel 1160, combatté contro il comune di Roma e nel 1244 venne assediata dall'imperatore Federico II. Divenuta possedimento feudale, passò in un primo momento ai prefetti di Vico e successivamente venne concessa agli Orsini, ai Colonna. Rodrigo Borgia, all'indomani della sua elezione a papa col nome di Alessandro VI la cedette al cardinale Ascanio Sforza, contraccambiando così il suo appoggio alla sua nomina. Ma a seguito della calata francese su Milano, il Pontefice tolse Nepi allo Sforza, la elevò al rango di ducato e la donò nell'anno 1499 alla figlia Lucrezia, la quale fu munifica amministratrice, amata e rispettata dalla popolazione. Dopo alterne vicende, Paolo III Farnese, la cedette a Pier Luigi Farnese, suo figlio naturale. Con la creazione del Ducato di Castro e Nepi, per questo territorio si ebbe uno dei periodi più floridi e prolifici.

Epoca moderna
Numerose furono le opere improntate in questo breve lasso di tempo, che va dal 1537 al 1545. Con la nomina di Pier Luigi Farnese a duca di Parma, Nepi torna sotto il diretto dominio della Santa Sede e dichiarata indipendente durante il regno di Sisto V, quando potrà innalzare le insegne senatoriali: S.P.Q.N. Il 2 dicembre 1798 venne saccheggiata dalle truppe francesi in ritirata da quelle borboniche. Il 13 dicembre vi si svolse lo scontro fra i due eserciti, nel quale ebbe la meglio quello francese guidato dal generale François Étienne Kellermann. Nel 1805 ospitò Pio VII di ritorno da Parigi, mentre il 13 settembre 1870 fu occupata dalle truppe italiane e annessa al Regno d'Italia.

Architetture religiose

La Basilica Concattedrale di Santa Maria Assunta e Sant'Anastasia. Da tempio pagano a basilica cristiana.
La Chiesa di San Tolomeo, anche detta del Rosario. Iniziata nel 1543 su progetto di Antonio da Sangallo il Giovane, per poter accogliere le Reliquie dei Santi Martiri, ritrovate all'interno delle Catacombe di Santa Savinilla. I lavori vennero però sospesi nel 1550 a seguito della partenza del committente Pier Luigi Farnese e per la morte del papa Paolo III. Le uniche opere realizzate fino a quel periodo erano le strutture di fondazione delle absidi e del monastero, e la cripta ottagona. Solo nel 1588 i lavori vennero ripresi improntando però un progetto ridotto rispetto al precedente. L'architetto fu Giovanni Antonio Garzoni da Viggiù, al servizio di Alessandro Farnese presso il suo palazzo di Caprarola. Successivamente vennero impiegati anche l'architetto Giovanni Rosa e Flaminio Ponzio, autore della facciata e del portale. L'edificio fu aperto al culto nel 1606. Nel 1892 venne aggiunta la volta a botte della navata, la cupola sulla tribuna e resa circolare l'abside. Sull'unica navata dell'interno si aprono tre cappelle per lato. Gli altari lignei sono tutti dei primi anni del Seicento. In fondo, la zona presbiteriale, rialzata su alcuni gradini, è delimitata da otto possenti colonne che sostengono la sovrastante cupola. Tre sono gli altari qui posti: quello maggiore, del 1654, conserva le reliquie dei Santi Martiri. Notevole la statua giacente di San Tolomeo, il cui autore fu Giovanni Francesco De Rossi nel 1664. A sinistra invece l'altare della Madonna del Rosario o "Della Vittoria". La grandiosa struttura in legno dorato venne realizzata per racchiudere l'immagine inizialmente su tela della Vergine, il culto della quale si lega con la storica battaglia di Lepanto. Nel 1695 venne posta una statua ancora oggi veneratissima. A destra si trova l'altare dedicato ai Sette Santi fondatori dell'ordine dei Servi di Maria. La tela, del pittore nepesino Sem Rossi, risale al XX secolo, mentre l'altare è del 1632, sempre in legno dorato e originariamente dedicato a San Domenico.

La Chiesa di San Biagio, probabilmente una delle più antiche della città. Dichiarata monumento nazionale, esisteva già nell'anno 950. Ad aula unica, con presbiterio rialzato al di sopra della cripta. Sulla parete destra una cappella con volta a crociera, con peducci e nervature con decorazioni tardogotiche. La grata posta sul pavimento di questo ambiente, permette di vedere le varie sepolture ritrovate durante l'ultimo intervento di consolidamento e restauro. Sul presbiterio a sinistra, il notevole tempietto votivo dedicato al Santo titolare. Elevato sul finire del XV secolo dall'"Università degli allevatori di suini" di Nepi, della quale si nota lo stemma ai piedi del San Sebastiano dipinto appena sopra la colonna. Nell'abside resti di affreschi databili al XIII secolo. Riconoscibili una Madonna, Sant'Egidio affiancato dal tradizionale cervo, i Santi Abdon e Sennen ed altre figure non identificate. La sottostante cripta è sorretta da due colonne in marmo materiale di spoglio. Le voltine sono a crociera. Al centro un altarino sul quale si nota una crocifissione del XIV secolo, mentre a sinistra un affresco raffigurante la Vergine con Bambino affiancata da Santa Sofia e da un'altra Santa non identificabile. La facciata esterna della chiesa è molto semplice, ma arricchita dal portale di accesso costituito da resti lapidei di epoca romana, rilavorati in epoca medievale. Rimarchevoli sono le decorazioni fitomorfe degli stipiti, mentre l'architrave è ricavato da un sarcofago tardoimperiale. Al centro la dedica alla defunta Velia Midia Massimillia, sorretta da due genietti alati. A destra il busto-ritratto della donna, mentre nella parte sinistra un gruppo di putti vendemmiano e pigiano l'uva. Attigua a questo insigne monumento, è la Chiesa della Madonna delle Grazie. Ad unica navata, ha il presbiterio chiuso da una cancellata risalente ai primi anni del Novecento. Della stessa epoca l'altare con piacevoli passaggi richiamanti fortemente lo stile Liberty. L'architettura racchiude l'affresco della Vergine in sacra conversazione coi Santi Nicola e Egidio, opera forse del XVII secolo (le palesi manomissioni e restauri poco consoni dei secoli successivi ne rendono molto difficile una datazione certa. Sotto la cantoria all'ingresso, l'acquasantiera è costituita da un cippo funerario tardoimperiale. La facciata, conserva un bel portale romanico in travertino e peperino, sottolineato da due agili colonnine addossate alla strombatura.

La Chiesa di San Pietro Apostolo, bell'esempio di architettura tardo barocca.
La Chiesa di San Giovanni Decollato. Costruita nel 1564 dall'omonima Confraternita. Ospita al suo interno pregevoli opere d'arte.

Architetture civili

La Rocca dei Borgia. Circondata da possenti mura, è attraversata dall'antica via Amerina. Suoi ospiti furono nelle varie epoche Lucrezia Borgia, suo Fratello "Il Valentino", ed i papi Alessandro VI e Paolo III.

Siti archeologici

La Catacomba di Santa Savinilla è un complesso cimiteriale tardoimperiale posto nei pressi dell'attuale camposanto. Vi si accede dalla chiesa di San Tolomeo alle Sante Grotte. La catacomba è composta da tre gallerie principali e numerose altre ramificazioni. È considerato uno dei maggiori e più importanti complessi funerari dell'Italia centrale proprio per la sua monumentalità.
Le vie Cave o "Tagliate". Sono degli antichi percorsi scavati lungo le pareti tufacee delle forre, risalenti all'epoca falisca. Tagli perpendicolari in cui angusti percorsi si insinuano tra due alte pareti. La loro funzione, non ancora del tutto chiara, fu probabilmente a scopo culturale. Scavate in alto sulle pareti, numerose grotte, riutilizzate in epoche e con funzioni diverse, furono in epoca medievale cappelle ed eremi. Una delle vie cave meglio conservate e più impressionante per le dimensioni monumentali è sicuramente quella in loc. "Il Cardinale", che conduce alla loc. "La Massa", oggi facilmente percorribile grazie ad un percorso ecologico segnalato, che comincia appena fuori la porta del centro storico. Un'altra, resa in epoche recenti carrabile, è quella cosiddetta della "Corta di Ronciglione", che dal Piazzale della Bottata, appena sotto le mura urbane, guadagna il piano in direzione nord-ovest.
La necropoli di "Tre Ponti". Posta al confine tra i comuni di Nepi, Fabrica di Roma, Castel Sant'Elia e Civita Castellana, si estende lungo il percorso dell'antica via Amerina, della quale si conservano ancora i resti di tre ponti di cui uno ancora intatto, risalenti al III secolo a.C. La necropoli, che ebbe genesi nello stesso periodo, era luogo di sepoltura per la città di Falerii Novi, insediamento costruito dopo la conquista romana del territorio falisco. Numerose sono le sepolture a dado, a portico, a colombario a camera, arcosoli e una piazzola sacra, dove si concentrano gli imponenti resti di alcuni mausolei. Tipologie che mostrano ancora il permanere delle soluzioni architettoniche tipiche delle popolazioni preromane, innestate poi in quelle che sono le soluzioni tipicamente romane, come i mausolei appunto. Ricche soluzioni scenografiche saranno allora adottate con la conquista romana, come ad esempio le false murature, le lesene e i capitelli, scolpiti direttamente nel tenero tufo locale. Rimarchevoli sono i resti in alcune sepolture di parte dell'intonaco originario, con ancora evidenti i pigmenti della decorazione parietale. Un percorso immerso nella natura incontaminata, ricco, oltre che di storia, di vie cave e stupendi paesaggi.

Città ed il "Grand Tour"

Durante gran parte del XIX secolo, Nepi, come molte altre località italiane, accolse frotte di viaggiatori affascinati dal magnifico territorio che all'epoca, ben più di ora, si offriva incontaminato e vergine agli occhi di questi personaggi. Numerosi artisti, soprattutto pittori, raggiunsero questa parte di Tuscia per fermare sulle loro tele, o solamente su un taccuino, scorci e paesaggi ancor oggi esistenti. Per citare solo alcuni dei più celebri:

William Turner, che visitò la città durante il suo viaggio in Italia, del 1828. A Nepi esegue alcuni schizzi di studio nel suo taccuino, interessandosi alla forra sotto l'abitato, il cui sfondo è costituito dal Monte Soratte. Compie alcuni schizzi dell'Acquedotto, inserendo anche dei dettagli della struttura, e della Torre civica del Palazzo Comunale ed infine, l'immancabile Rocca dei Borgia. Oggi questi fogli sono conservati alla Tate Gallery di Londra.
Camille Corot, che tra il 1826 e il 1827, dipinse ben 30 opere in queste zone, ovvero circa un quarto della produzione pittorica che egli eseguì in Italia.
Massimo d'Azeglio, presente a Nepi e Castel Sant'Elia nel maggio del 1821 per mettere a frutto i suoi interessi sulla pittura di paesaggio. Numerosissime le opere dipinte dal vero in queste zone. Altre tele invece, realizzate successivamente, mescolano armoniosamente varii elementi provenienti da queste parti, architetture, monti e valli, in cui egli ambienta fatti storici o leggendari. Così egli, nel suo "I miei ricordi", descrive il suo approccio col territorio nepesino:
... "Una delle più belle e pittoresche parti della campagna romana è quella che incomincia a Nepi, e si stende fino al Tevere per larghezza; per lunghezza giunge sino ad Otricoli ed anco fino a Narni. I forestieri, i touristi, non ne seppero mai nulla sino ad oggi" ... "Questa regione veduta in distanza, sembra una pianura leggermente ondulata: chi invece ci si inoltra, si trova ad un tratto sul ciglio di larghi burroni che solcano il suolo ed in fondo à quali corre un piccolo torrente." ... " Le pareti di queste voragini sono per lo più grandiosi squarci di rocce a perpendicolo, talvolta scoscendimenti erbosi o vestiti di boscaglie. Il fondo è fresco e verdeggiante pei grandi alberi ed ombre opache, le correnti, i filetti d'acqua, i ristagni ove questa impaluda; che ora si vedono e riflettono il verde della campagna o l'azzurro del cielo, ora rimangono confusi o celati sotto la volta di una robusta fitta vegetazione. Non ho mai veduto un più ricco tesoro di bellezze naturali per lo studio di paese." ...

L'acqua di Nepi

Nepi è particolarmente famosa per la sua acqua e per il motto della stessa: Nepe civitas, nobilis atque potens, in cuius fertilissimis agris balnea scaturiunt salutifera ("La città di Nepi, nobile e potente, nei cui campi fertilissimi sgorgano acque salutifere"). L'acqua sfocia nei prati di Nepi e grazie ad essa esiste l'industria Acqua di Nepi che esporta i suoi prodotti in tutta l'Italia.

Comune di Nepi
Piazza del Comune,20
01036 Viterbo 
Tel. (+39)0761 55811
Fax. (+39)0761 557960
Sito Web: www.comune.nepi.vt.it
Email: municipio@comune.nepi.vt.it